I Doria nel XII secolo

I figli di Ansaldo Doria, Enrico e Simone, furono consoli, come più tardi Guglielmo, l’altro figlio, il quale svolse l’incarico quando, sotto la direzione del Caffaro, furono costruite le mura per difendere la città dalla minaccia del Barbarossa (1155). L’opera politica dei Consoli fu efficace per salvare l’indipendenza di Genova, estraniando la città dalle guerre della Lega Lombarda e dalla lotta condotta dal Barbarossa contro i Normanni in Sicilia, fatti troppo compromettenti per i vantaggi commerciali dei genovesi.

Simone Doria, dal 1165 al 1188, venne eletto sei volte console, ricoprendo inoltre il grado di ammiraglio al comando di parte della flotta che portò in Terra Santa i Crociati; le sue doti di condottiero emersero nell’assedio di San Giovanni d’Acri, dove combatté valorosamente al fianco di Riccardo Cuor di Leone.

La lontananza di molti ghibellini da Genova alterò l’equilibrio politico delle fazioni cittadine, risvegliando discordie già presenti prima delle Crociate. Questa situazione creò mutamenti nella forma di governo – retto non più soltanto dai Consoli, ma da un Podestà coadiuvato da due capitani del popolo – con un declino delle forze ghibelline, rappresentate principalmente dai Doria e dagli Spinola. Ma la famiglia Doria, fino agli albori del XIII secolo, accresciuta da numerosa prole, mantenne la continuità unitaria del nucleo dei suoi componenti nelle case di San Matteo, partecipando attivamente alla vita marinara, all’armamento e al traffico commerciale.

Branca I Doria, figlio di Simone, durante la lontananza del padre venne eletto Console; suo fratello Nicolò fu ambasciatore in Sicilia e l’altro fratello, Pietro, combatté in Sardegna contro i Pisani, affermando il potere sull’isola dopo che un matrimonio aveva legato in parentela i Doria con il sovrano della regione, Regolo di Torres. (nella foto il palazzo di Branca Doria a San Matteo)

Al ritorno dall’ambasciata in Sicilia Nicolò Doria, nel 1197, trovò le sue case distrutte per ordine del Podestà Drudo Marcellino. Decise di vendicare l’affronto subito cercando di raggiungere, per mezzo di un ponte di legno gettato dal palazzo Arcivescovile, l’abitazione del Podestà, ma le suppliche dei familiari lo fecero desistere da quell’impresa così pericolosa e fonte di altre vendette. Le doti di Nicolò, sagace e temerario, lo portarono al comando delle galee di scorta ai convogli diretti in Oriente, allontanandolo dalle tensioni politiche cittadine per alcuni anni, dopo i quali ritornò in patria portando cospicue quantità di oro e preziosi. Da allora fu eletto tre volte console sino al 1207, anno in cui le sue aspirazioni di comandare una flotta furono appagate dal grado di ammiraglio, per guidare l’assalto alle navi pisane che veleggiavano verso Cagliari. Dopo la vittoria contro i pisani ritornò a Genova per preparare nel suo palazzo una degna accoglienza al figlio del Barbarossa, Federico II, ancora fanciullo e futuro imperatore. Nell’occasione la casa che ospitò l’illustre giovane mostrò l’opulenza raggiunta dalla famiglia Doria, con le preziosità degli addobbi e degli oggetti esposti.

La fedeltà dei Doria all’imperatore Federico II, mantenuta dal figlio di Nicolò e dai cugini, si concretizzerà nell’aiuto prestato dalla flotta genovese per la conquista della Sicilia e nelle gloriose imprese di Pietro Doria alla conquista di Damiata, con i Crociati. L’aiuto prestato dall’ammiraglio genovese fruttò alla Repubblica nuove concessioni e un ricchissimo bottino, oltre all’onore di scrivere a lettere d’oro il ricordo della vittoria nella chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme.

Quando Gregorio IX noleggiò a Genova una flotta per il trasporto dei prelati partecipanti al concilio per scomunicare Federico II, i ghibellini genovesi mantennero fermamente il loro atteggiamento di sostegno all’imperatore e fra questi in primo piano i Doria. La sfida raccolta dal Podestà vide il popolo chiamato a raccolta dai Capitani, prima di essere diretto verso le case dei Doria al grido: “A morte i ribelli!”. La mediazione dei priori di San Domenico e San Francesco risparmiò la famiglia Doria dall’assalto che subirono gli altri ghibellini e dove venne ucciso Tomaso Spinola. Impegnati a giurare sottomissione davanti al Podestà, il giorno convenuto nessuno dei Doria si presentò: Percivalle, Inigo e Manuele Doria raggiunsero il castello Spinola di Busalla in vana attesa degli aiuti imperiali, mentre Pietro Doria restò nella sua casa di San Matteo e, in virtù delle glorie passate, beneficiò, con i suoi figli e nipoti, di un pacifico e riconoscente trattamento.