La congiura dei Fieschi

Ma la prova più impegnativa fu quella sopportata a terra: la cosiddetta congiura dei Fieschi, nel ’47. Questo il racconto di Michelangelo Dolcino: “Animatori ne furono Gian Luigi Fieschi, i fratelli Cornelio e Gerolamo Ottobuono, Giambattista Verrina. Andrea , col nipote Giannettino e Adamo Centurione, banchiere di Carlo V, dovevano morire; Barnaba Adorno sarebbe stato Doge, la Repubblica stessa sottratta all’orbita spagnola per inserirsi in quella francese. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, dunque, i nobili congiurati e gli uomini scesi dai feudi fliscani occuparono le porte cittadine; le successive mosse prevedevano la cattura delle galee dei D’Oria e l’insurrezione dei galeotti musulmani. Giannettino D’Oria, uscito dal palazzo di Fassolo alle prime avvisaglie, fu ucciso presso la porta di San Tommaso. Lo stesso Andrea , già avanti cogli anni, fu colto di sorpresa. Amico di Sinibaldo, il padre di Gian Luigi, non poteva capacitarsi del tradimento di quest’ultimo, che la sera stessa s’era recato ad un convito presso Giannettino, giocando coi suoi figli. . . Tuttavia, quando l’azione sembrava coronata da successo fallì nel modo più banale: nell’attraversare in Darsena una passerella per salire su una nave dei D’Oria, Gian Luigi cadde in acqua e gravato dall’armatura annegò miseramente. Il suo corpo doveva essere ritrovato soltanto quattro giorni dopo, trattenuto dalla fanghiglia. La maggior parte dei congiurati, conosciuta la sorte del loro capo, non rispose agli appelli di Gerolamo Fieschi, che ostinatamente, mosso dalla disperazione si rifaceva al grido «Gatti! Gatti!», legato all’emblema di famiglia, e alla parola “libertà”. La morte di Giannettino rese più spietata la repressione voluta dal vecchio Ammiraglio. Gerolamo, assediato nel castello di Montoggio, vi venne catturato e ucciso; i grandi feudi fliscani dell’Appennino e della Lunigiana furono confiscati e ripartiti tra la Repubblica, il D’Oria e i Farnese. Il castello di Montoggio venne nell’agosto raso al suolo con mine, e nel giugno precedente eguale sorte aveva avuto il sontuoso Palazzo Fieschi di Via Lata. Giambattista Verrina, infine, ebbe il capo mozzato. E quando l’anno seguente, un cognato di Gian Luigi, Giulio Cybo, ebbe parte in un’altra congiura tessuta da Scipione Fieschi, ancora d’ispirazione francese, la collera di Andrea tornò ad esplodere: il Cybo fu ucciso e con lui gran parte dei congiurati. Un Bruto, a modo suo, un eroe di stampo plutarchiano, Gian Luigi Fieschi? Il Cardinale di Retz in una sua opera mise a fuoco soprattutto l’ambizione del congiurato, ed eguale giudizio, in fondo, diede anche Schiller nella tragedia ispirata al fatto. Sgombrato il campo da sciocche interpretazioni romantiche – gelosia nei confronti di Giannettino, preteso corteggiatore di sua moglie Eleonora, o risentimento perché lo stesso Giannettino era stato preferito come sposo da Ginetta Centurione – validissimo rimane il giudizio del Vitale: «Nessun Bruto o maschera di Bruto nella storia di Genova, neanche Gian Luigi Fieschi, che molti storici del secolo scorso hanno rappresentato come vendicatore della libertà interna e dell’esterna indipendenza della Repubblica. Basta considerare che, riuscendo, egli avrebbe bensì sostituito il proprio predominio personale sotto il governo francese alla larvata signoria doriana protetta dalla Spagna, ma non avrebbe potuto, come il D’Oria e Carlo V imporre condizioni alla Francia chiamata in aiuto: e la libertà di Genova sarebbe stata più che mai parola vuota di senso.”

Questi avvenimenti turbarono la Spagna: il Figueroa, Ambasciatore a Genova, e Ferrante Gonzaga, Governatore di Milano, decisero di costruire una fortezza a Pietraminuta, con un contingente fisso di soldati affidato al Capitano Generale Agostino Spinola. La presenza di soldati stranieri avrebbe segnato, in sostanza,  l’inizio di un nuovo assoggettamento. L’Ammiraglio e Padre della Patria, com’era stato acclamato dai genovesi Andrea D’Oria, riuscì a far cambiare idea ai due potenti. Si doveva però intervenire sulle strutture della Repubblica e così si fece. Il Maggior Consiglio avrebbe avuto soltanto trecento membri sorteggiati dal “Liber civitatis”; gli altri cento sarebbero stati designati invece per votazione, e allo stesso modo si sarebbero scelti i componenti del Minor Consiglio. “Con questa riforma – osservarono gli storici Gori e Martini – i nobili del portico di San Luca (i “vecchi” tra i quali si annoverano i migliori amici della Spagna) vennero a trovarsi in condizioni di favore rispetto ai nobili del portico di San Pietro (i “nuovi” meno legati alle sorti dell’impero, in quanto non partecipanti alla fornitura di galee o di prestiti iberici)”.